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 Oggetto del messaggio: La 36° Camera dello Shaolin
MessaggioInviato: mer feb 09, 2011 02:26 
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Se si dovesse stilare una classifica dei migliori film di arti marziali asiatici, non potrebbe mancare all’appello La 36° camera dello Shaolin (del 1978), di Liu Chia-liang. Un film mai visto in Italia fino alla sua uscita in edizione restaurata non molto tempo fa assieme agli altri due capitoli che compongono la trilogia (Ritorno alla 36° camera e i Discepoli della 36° Camera, entrambi ottimi).

Qui di seguito una breve recensione tratta da fascination cinema blog.

Disciplina. Controllo del proprio corpo, danza dei tendini e senso orientale di equilibrio con la natura circostante. La 36a camera dello Shaolin è questo e oltre (già nel titolo, le camere canoniche sarebbero 35, ma…), è probabilmente la sintesi del cinema gong fu, estetica dell’azione sublimata, scevra dalla logica stantìa della realtà. Giovani ribelli, oppositori della violenta sovranità Ching, conducono la loro lotta di liberazione all’interno di un’insospettabile scuola di arti marziali. L’ultimo scontro costringerà alla fuga il coraggioso San Te (un immenso Gordon Liu) che, gravemente ferito, verrà accolto in un antico tempio Shaolin. Qui deciderà di apprendere l’arte del kung fu, affrontando (e superando) negli anni le "35 camere" di duro allenamento fisico e spirituale. L’opera, capolavoro della cinematografia di Hong Kong, non conosce eguali: l’equilibrio della messa in scena, il gusto grafico delle situazioni narrate, il ritmo perfetto della narrazione e, non ultima, la profonda spiritualità zen del difficile percorso che accompagna San Te a diventare un monaco combattente, raggiungono un’armonia filmica rara ed affascinante. Innanzitutto ci troviamo a fronteggiare un vero e proprio spettacolo per gli occhi; una regia che trasforma anche gli zoom più sbrigativi in ricercate soluzioni artistiche, che lavora sui personaggi e le loro interazioni non meno dei complessi combattimenti che inframezzano la storia. Un prodotto multistratificato quindi, tragitto dei sentimenti più intimi ed al contempo affresco storico molto curato, privo di sentimentalismi ridondanti (per gli occidentali) ed inutili semplificazioni spettacolari. Un’opera immancabile per chiunque intenda avvicinarsi al cinema orientale di arti marziali ed allo sterminato meccanismo produttivo della Shaw Bros, prestigioso marchio di fabbrica di una cinematografia che trova nell’incredibile conciliazione tra arte e spettacolo la sua vera ragion d’essere.

_________________
Non siamo che polvere e ombra.
(Orazio)


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