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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
MessaggioInviato: mer feb 27, 2008 01:23 
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LXXVI

Ma la moglie, ormai vecchia ed esausta, destinò tutta quanta la casa al disonore. E la figlia condotta in giro, per adescamento materno, fra i giovani più ricchi e perfino abbandonata a qualche pretendente perché ne facesse esperimento, se non si fosse imbattuta nella dabbenaggine di Ponziano, forse, vedova prima del matrimonio, sarebbe rimasta ancora a sedere nella casa paterna. Ponziano, malgrado le nostre insistenti riprovazioni, le donò un fittizio e immaginario titolo di nozze, perché ben sapeva che poco prima ch'egli la sposasse, un giovane di ottima famiglia, suo fidanzato, l'aveva abbandonata dopo che ne fu sazio. Venne frattanto a lui questa novella sposina, sicura e intrepida, spoglia di pudore, scolorito il velo nuziale, rifatta vergine dopo il recente ripudio, portando piuttosto il nome che l'integrità di fanciulla. Condotta su una lettiga a otto portatori, voi qui presenti avete certamente veduto che sguardi procaci ella volgeva intorno sui giovani e come ostentava le sue forme impudiche. Chi non riconosceva la scuola materna vedendo nella figlia la bocca dipinta, le guance imbellettate, gli occhi adescatori? Quanto alla dote, un creditore ne aveva il giorno prima sequestrato i tre quarti: ed era una dote più elevata di quanto non comportasse una casa rovinata e piena di figli.

LXXVII


Quest'uomo, dunque, limitato nelle sostanze e illimitato nelle speranze, di una avidità pari alla povertà, senza far conti con nessuno aveva già bell'e ingoiati tutti e quattro i milioni di Pudentilla; e perciò ritenendo che bisognava sbarazzarsi di me, per insidiare più facilmente la dabbenaggine di Ponziano e la solitudine di Pudentilla, comincia col rimproverare il genero per avermi promessa la madre, lo persuade a ritrarsi al più presto, mentre è tempo, da tanto pericolo e mantenere per sé la fortuna materna, anziché trasferirla scientemente a un estraneo: e qui, il volpone, getta uno scrupolo nel cuore innamorato di quel giovane minacciando che se non facesse così egli riprenderebbe la figlia. Poche parole: il nostro giovane, scioccherello, preso inoltre dalle lusinghe della nuova sposa, cascò, sviato, in potere di quell'uomo. Se ne va dalla madre, portatore delle parole di Rufino; tenta invano la sua fermezza e, dopo averne anzi ricevuto una solenne sgridata per la sua leggerezza e incostanza, riferisce al suocero una ben dura risposta: che la madre, contrariamente alla sua natura placidissima, irremovibile, si era adirata per quella richiesta, e resa più ostinata dall'ira, aveva risposto che ben sapeva ormai di dovere quelle richieste alle istigazioni di Rufino: e per ciò tanto più sentiva il bisogno di procurarsi l'aiuto di un marito, contro la disperata avidità di quell'uomo.

LXXVIII

Esacerbato per tale risposta codesto sciacquacosce della propria moglie, talmente arse di collera che contro quella santissima e pudicissima donna, in presenza del figlio, avventò parole degne della sua alcova, chiamando lei una sgualdrina, me un mago e un avvelenatore, dinanzi a molti che ascoltavano - i cui nomi potrò fare, se vorrai - e dicendo che di sua mano mi avrebbe dato la morte. Ma io freno a stento la mia collera: non posso più contenere lo sdegno dell'animo mio. Tu, tu, il più smascolinato degli esseri, minacci un uomo di farlo morire di tua mano? Con quale mano? Di Filomela, di Medea, di Clitemestra? Ma quando tu balli questi pantomimi, è tanta la snervatezza del tuo animo, tanta la paura del ferro, che balli senza il punteruolo.

LA LETTERA DI PUDENTILLA


Torniamo sui nostri passi. Pudentilla quando vide che suo figlio, contro ogni aspettazione, si era rivoltato contro di lei, andata in campagna, gli scrisse per rimproverarlo quella famosissima lettera nella quale - come costoro affermavano - confessava che indotta in amore con le mie arti magiche aveva smarrito la ragione. Di questa lettera, presente il segretario di Ponziano e col controllo di Emiliano, l'altro ieri, per ordine tuo, Massimo, abbiamo fatto trascrivere una copia con ogni legale garanzia. E in essa, contro le asserzioni di costoro, tutto è in mio favore.

LXXIX


Ma voglio pure ammettere che Pudentilla senz'altro mi abbia chiamato mago. Ciò potrebbe significare che essa, per giustificarsi presso il figlio, abbia voluto addurre a pretesto il mio potere piuttosto che la sua voglia. Forse la sola Fedra, in grazia del suo amore, ideò una letterina bugiarda, o non è questo piuttosto un artificio di tutte le donne che, quando han cominciato a esser prese dal desiderio amoroso, preferiscono sembrare di aver ceduto alla forza? E se anche credette sinceramente che io fossi un mago, per questo devo essere giudicato mago, perché lo scrisse Pudentilla? Voi con tanti argomenti, con tanti testimoni, con tanti discorsi, non riuscite a provare la mia magia: e quella con una sola parola, si? Una dichiarazione sottoscritta in giudizio ha infine un peso assai maggiore che una lettera privata. Perché non mi combatti con le mie stesse azioni, anzi che con le parole altrui? Con questo sistema molti saranno accusati di un qualsiasi maleficio, se si darà valore a ciò che un tale in una lettera avrà scritto o per amore o per odio. «Pudentilla ha scritto che sei mago: dunque sei mago». E se avesse scritto che sono console, sarei console? E se pittore, medico e infine innocente, sarei tale per voi, perché essa l'ha detto? No, certamente. È una vera iniquità prestar fede ad uno quando è contrario, e quando è favorevole, no: dire che una lettera è valida se manda in rovina e non lo è se può salvare. «Ma, dice, essa era troppo turbata allora: essa ti amava perdutamente». Sia pure; tutte le persone amate, dunque, sono dei maghi, se così ha scritto chi ama. Debbo ammettere ora che Pudentilla non mi amasse in quel tempo, se davvero le scappò scritto ciò che pubblicamente mi avrebbe nociuto.

LXXX


Insomma che cosa vuoi? Era sana o no, quando scriveva? Era sana? E allora non era vittima di arti magiche. Era insana? Allora, non sapeva per certo quello che scriveva, e le sue parole non meritano fede; anzi, se fosse stata veramente insana avrebbe ignorato di esserlo. Come opera assurdamente colui che dice di tacere, perché nel momento in cui dice di tacere non tace, e con la stessa dichiarazione infirma ciò che dichiara: così è più contraddittorio dire «sono pazzo», perché non è vero se non quello che si dice scientemente; e sano è colui il quale sa che cosa sia la pazzia, perché la pazzia non si può conoscere da sé come la cecità non può vedere se stessa. Dunque Pudentilla era in possesso della sua ragione se credeva di non esserlo. Potrei, se volessi, seguitare ancora, ma lascio la dialettica. Farò leggere la lettera: essa proclama ben altro, e pare sia stata appositamente preparata e adattata a questo processo. (Al cancelliere.) Ecco, tieni e leggi fino a che ti interromperò (lettura del documento). Sospendi per un momento, perché siamo giunti alla svolta. Fino a questo punto, Massimo, per quanto ho notato, la donna non ha mai fatto cenno di magia; essa ha mantenuto lo stesso ordine mio nel parlare della lunga vedovanza, delle cure occorrenti alla sua salute, della sua volontà di sposare, dei meriti miei, quali aveva sentito da Ponziano, e dei consigli dello stesso perché mi preferisse come marito.

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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
MessaggioInviato: mer feb 27, 2008 01:25 
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LXXXI

Si è letto fin qui. Resta quella parte della lettera che, similmente scritta in mio favore, rivolge le corna contro di me; mandata appositamente per espellere da me l'imputazione di magia, mercé la memorabile abilità di Rufino, sortì un effetto diverso ed anzi confermò la opinione di taluni di Oea che mi avversavano come mago. Molte cose hai udite con la conversazione, Massimo; di più ne hai apprese con la lettura; non poche hai trovate con l'esperienza: ma una furberia così insidiosa, combinata con così mirabile scelleraggine, non dirai di averla mai conosciuta. Quale Palamede, quale Sisifo, quale Euribate o Frinonda, ne avrebbero escogitato una simile? Tutti costoro che ho nominato e quanti altri sono stati memorandi per trappolerie, al paragone di codesta unica falsità di Rufino appariranno dei perfetti sciocconi da farsa, Oh mirabile trovata! Sottigliezza degna del carcere duro. Chi crederebbe si possa convertire in accusa quella che era stata una difesa, senza mutare una lettera sola? È incredibile: ma l'incredibile dimostrerò com'è avvenuto.

LXXXII

Era un rimprovero della madre al figlio il quale, dopo avermi lodato quale personaggio di gran merito, ora, in ossequio alla volontà di Rufino, andava spacciando che ero un mago. Ecco le sue parole testuali: «Apuleio è un mago: e mi ha stregata, e sono presa d'amore. Vieni dunque da me, finché conservo ancora la ragione». Queste parole, che ho citato in greco, staccate dal loro contesto e prese a sé, Rufino le portava in giro quale confessione della donna, traendosi dietro per il foro Ponziano piangente, e le mostrava a tutti e le dava a leggere fino al punto che ho detto, occultando tutte le altre, prima e dopo, dicendo che eran troppo scandalose per essere mostrate: e che rispetto alla magia era già abbastanza la confessione della donna. In una parola: tutti credettero. Quelle stesse parole, appunto, scritte in mio favore, presso gl'ignari sollevarono una violenta animosità. Metteva scompiglio, questo immondo, nel mezzo della piazza, come invasato; e aprendo spesso la lettera strillava: «Apuleio è mago! Lo dice lei stessa che lo sente e lo patisce. Che volete di più?» E non c'era nessuno che si presentasse per me e rispondesse: «Per favore, fammi vedere tutta la lettera; lascia ch'io legga tutto, dal principio alla fine. Molte parole ci sono che, presentate sole, potrebbero dare appiglio a calunnie. Quando alle conseguenze si tolgano le premesse e si sopprimano ad arbitrio talune frasi e le cose dette per finzione si leggano con accento di affermazione anzi che di rimprovero, allora qualsivoglia discorso si può prestare all'accusa». Questo si poteva allora giustamente osservare. Ecco il testo della lettera.

LXXXIII

Verifica, Emiliano, se anche qui la tua copia sia stata scritta, come la mia, esattamente:

Avevo deciso, per le ragioni che ho detto, di rimaritarmi, e tu stesso mi avevi
persuaso scegliere costui a preferenza di tutti, per la stima che ne avevi e per il
desiderio di farlo subito, per mio tramite, nostro parente. Ma ora, poiché i nostri
accusatori malvagi ti hanno fatto girare la testa, ecco a un tratto Apuleio è un mago e
m'ha stregata e sono presa d'amore. Vieni dunque da me finché conservo ancora la
ragione.


Ti prego, Massimo; se le lettere, così come hanno in parte il nome di vocali, possedessero anche una voce propria e se, munite di ali, fossero solite volare, come dicono i poeti, quando Rufino estraeva in malafede questa epistola e ne leggeva pochi passi, tacendo di proposito tutto quanto mi era favorevole, non forse allora le altre lettere avrebbero proclamato di essere state delittuosamente trattenute in arresto, e le parole soppresse non sarebbero volate via dalle mani di Rufino riempiendo di schiamazzo tutto il foro? Questo avrebbero detto: «Anche noi siamo state inviate da Pudentilla e abbiamo da esporre il nostro mandato. Non si dia ascolto a un uomo cattivo e scellerato che tenta di operare con le altre lettere il falso: noi dobbiamo essere udite. Pudentilla non ha accusato Apuleio di magia; Rufino l'ha accusato, e Pudentilla l'ha assolto».
Non sono state dette queste cose: ma oggi, quando più esse mi giovano, appariscono più chiare della luce. Sono scoperte le tue arti, Rufino: le tue frodi spalancano la bocca, la tua menzogna è senza veli. La verità un giorno rovesciata ora prorompe e la calunnia si inabissa.

LXXXIV


Vi siete appellati alla lettera di Pudentilla; la lettera mi dà la vittoria. Se volete ascoltare anche le ultime parole della chiusa, sarò ben contento. (Al segretario.) Di' tu con quali parole finiva la sua lettera questa donna incantata, insensata, demente, amante: «Io non sono né stregata, né innamorata: il destino...» (Si rivolge agli avversari.) Ne volete ancora di più? Grida contro di voi Pudentilla e la sua assennatezza rivendica solennemente contro le vostre calunnie; sia la ragione, sia la necessità del matrimonio essa rivendica al destino, il quale non ha rapporti con la magia, anzi, più esattamente, la sopprime. Infatti, quale potenza rimane agli incantesimi e ai malefici se il destino di ogni cosa, come impetuosissimo torrente, non può essere né fermato né sospinto? Con questa frase Pudentilla negò non solo che io sia un mago, ma addirittura che esista la magia. È bene che Ponziano abbia avuto l'abitudine di conservare intatte le lettere materne: è bene che la fretta di questo processo vi abbia tolto il tempo necessario per fare qualche mutazione in questa lettera qui. È beneficio tuo, Massimo, e della tua previdenza se, subodorata fin da principio la calunnia, perché col tempo non prendesse forza, la portasti subito in giudizio e senza indugio l'hai stroncata.
Ora supponi che la madre abbia confessato al figlio, come suole avvenire in una lettera confidenziale, qualcosa intorno a un suo amore. Sarebbe stato giusto, Rufino, sarebbe stato non dico rispettoso, ma almeno umano, divulgare questa lettera e farne del figlio il banditore? Ma sono davvero un ingenuo io che chiedo ti faccia custode dell'altrui pudore, tu che hai perduto il tuo.

LXXXV


Ma perché lamentare il passato, quando non è meno acerbo il presente? Fino a tal punto avete depravato codesto sciagurato ragazzo, sino a tal punto che egli viene a leggere le lettere di sua madre - ch'eglì crede lettere di amore - dinanzi al tribunale del proconsole, dinanzi a un uomo venerabilissimo, Claudio Massimo: e qui, presenti le statue dell'imperatore Pio, rimprovera alla madre vergognosi traviamenti e le getta in faccia i suoi amori? Chi è tanto misericordioso da non esasperarsi? Tu, il più spregevole di tutti, in mezzo a costoro osi scrutare l'animo della tua genitrice, ne osservi gli sguardi, conti i suoi sospiri, esplori gli affetti, intercetti gli scritti, ne comprovi gli amori? Tu ardisci spiare quel ch'essa faccia nell'intimità dell'alcova, di guisa che alla madre tua non sia lecito essere, non dico un'amante, ma neppure una donna? E credi che in tua madre non ci debba essere altro vincolo che quello dei figli? Disgraziato fu il tuo seno, Pudentilla: e desiderabile la sterilità e infausti i dieci mesi di gravidanza, e mal compensati i quattordici anni di vedovanza. La vipera, si dice, divorato il seno della madre, striscia fuori alla luce e così nasce mercé un parricidio. Ma tu, Pudentilla, dal tuo figlio ormai cresciuto sei addentata mentre vivi e mentre guardi, è fatto a pezzi il tuo silenzio, assalito il tuo pudore, scavato il tuo cuore, tratti fuori i visceri più riposti. Questi sono i ringraziamenti che il buon figlio porge alla madre in compenso della vita che gli è stata data, dell'eredità salvata, del lungo mantenimento per quattordici anni? Sono queste le lezioni con cui t'ha istruito tuo zio, tali, che se tu fossi certo di avere figli simili a te, dovresti ben guardarti dal pigliar moglie? È noto quel verso del poeta: «Odio i fanciulli di saggezza precoce»; ma, perdinci, anche per un fanciullo di precoce cattiveria chi non ha avversione e odio, quando vede un mostro più avanti nell'infamia che nella vita, delinquente prima che capace a delinquere, di verde puerizia e di canuta malizia? tanto più nocivo in quanto fa il male impunemente, e non ancora maturo per le pene, lo è per l'ingiuria. Per l'ingiuria, ho detto? No, no, per il delitto verso la madre, nefando, mostruoso, intollerabile.

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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
MessaggioInviato: mer feb 27, 2008 01:31 
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LXXXVI

Caddero nelle mani degli Ateniesi alcune lettere di Filippo, col quale erano in guerra: e furono lette in pubblico tutte quante, tranne una, diretta alla moglie Olimpiade: di questa fu proibita la lettura in forza di un comune diritto di umanità. Usarono riguardo al nemico piuttosto che divulgare un segreto maritale, pensando che il diritto comune vale più della propria vendetta. Tali i nemici col nemico; tu come ti sei comportato con la madre? Vedi quanto siano simili i termini del mio confronto. Ma tu, figlio, le lettere materne - lettere di amore, come dici - leggi in questa adunanza dove se ti invitassero a leggere versi di qualche poeta un po' licenzioso, non oseresti certamente, trattenuto da un resto di pudore. Dirò di più: se tu avessi alcun gusto di lettere, non avresti mai toccato le lettere di tua madre. Inoltre, hai avuto l'audacia di far leggere proprio la lettera tua, quella lettera così irriverente, oltraggiosa, turpe nei riguardi di tua madre, scritta quando eri ancora nutrito dalle sue cure, mandata di nascosto a tuo fratello Ponziano, s'intende bene, per non limitarti a un solo peccato e perch'egli, Ponziano, con un'occhiata potesse cogliere la tua magnifica azione. Miserabile, non intendi che tuo zio lasciò che tu operassi in tal modo per potersi giustificare con la gente, quando dalle tue lettere fosse apparso che ancor prima di recarti presso di lui, mentre ancora facevi le carezze alla mamma, eri fin da allora un volpone e un perverso.

LXXXVII


D'altra parte non posso immaginarmi Emiliano tanto sciocco da credere possa danneggiarmi la lettera di un ragazzo che è inoltre mio accusatore.

LA FALSA LETTERA


Ma c'è ancora una lettera, falsa, non scritta di mia mano, messa insieme senza verosimiglianza, con la quale volevano far apparire la donna sollecitata dalle mie blandizie. Perché dovevo ricorrere alle biandizie, se potevo disporre della magia? E per quali vie poté giungere alle mani di costoro una lettera mandata a Pudentilla, naturalmente per mezzo di fidata persona, come si ha cura di fare in tali circostanze? E perché poi avrei scritto con errori, in un linguaggio tanto barbaro, io che, siccome essi stessi dicono, m'intendo un poco di lingua greca? E finalmente perché avrei dovuto stuzzicare la donna con lusinghe così assurde e grossolane, mentre essi stessi decantano il mio gusto nelle procaci galanterie poetiche? Così è certamente: la cosa è manifesta a chiunque: costui, che non ha saputo leggere la lettera di Pudentilla, scritta in miglior greco, ha potuto leggere con più scioltezza ed efficacia questa lettera, in quanto era sua. Ma ora basta con le lettere. Mi si consenta una sola osservazione. Pudentilla che aveva scritto ironicamente e per beffa: «Vieni dunque da me, finché conservo la ragione», dopo questa lettera chiamò a sé i figli e la nuora e convisse con loro circa due mesi. Dica questo pietoso figliuolo se egli abbia visto allora la madre sua operare e ragionare male per pazzia; neghi che lei abbia riveduto e sottoscritto con la massima accortezza i conti degli affittuarî, dei pastori, degli stallieri; neghi che suo fratello Ponziano sia stato da lei gravemente ammonito perché si guardasse dalle insidie di Rufino; neghi ch'egli sia stato meritamente biasimato per aver portato in giro e aver letto in malafede una lettera che la madre gli aveva mandato: e dopo questo, neghi che la madre sua si è con me sposata in una casa di campagna, come si era da un pezzo convenuto.

MATRIMONIO IN CAMPAGNA

Si era deciso così, di sposarci in una villa del suburbio, per evitare che la gente accorresse di nuovo ai regali, dopo che Pudentilla aveva gettato via al popolo cinquantamila sesterzi, il giorno in cui Ponziano prese moglie e questo ragazzo vestì la toga; inoltre si era voluto fare a meno dei tanti banchetti e fastidî che per lo più, secondo l'usanza, i mariti novelli devono patire.

LXXXVIII

Eccoti, Emiliano, la sola ragione per cui l'atto nuziale fra me e Pudentilla fu sottoscritto in campagna e non in città, per non gettare di nuovo cinquantamila sesterzi e per non pranzare né con te né a casa tua. Non ti pare motivo sufficiente? Mi stupisco tuttavia perché hai tanto in orrore la campagna, tu che ci passi quasi tutta la vita. La legge Giulia sul matrimonio degli ordini sociali, in nessuna parte interdice: «è vietato sposare in campagna»; anzi, se vuoi saperlo, è molto più di buon auspicio per la prole prender moglie in campagna che in città, in un terreno fertile anziché in un luogo sterile, sulle zolle erbose dei campi anziché sopra il selciato di una piazza. Quella che sarà madre sia sposa nel medesimo seno materno, tra le messi cresciute, sulla gleba feconda, o si giaccia a piè dell'olmo maritale, sullo stesso grembo della terra madre, fra la progenie delle erbe e le propaggini delle viti e i germogli degli alberi. E qui torna benissimo quel verso tante volte ripetuto nelle commedie: «per la generazione dei figli legittimi».
Anche agli antichi Romani, ai Quinzii, ai Serrani, e a molti altri non soltanto le mogli, ma anche i consolati e le dittature venivano offerti in campagna. È bene che io mi arresti in un campo tanto esteso, per non far piacere a te, a un campagnolo, se avrò fatto le lodi della campagna.

LXXXIX

Quanto all'età di Pudentilla, tu hai sfacciatamente mentito, asserendo che essa ha sposato a sessant'anni. Ti risponderò in poche parole perché su una cosa tanto chiara non c'è da fare molti ragionamenti. Il padre di Pudentilla dichiarò, secondo l'uso, la nascita della figlia: e i documenti sono conservati parte nel pubblico archivio, parte in casa: e adesso, eccoli qua. (Al segretario.) Presentali ad Emiliano: ne osservi il filo, riconosca i sigilli, legga i nomi dei consoli e faccia il conto degli anni. Gliene aveva assegnati sessanta. Ammesso che ne provi cinquantacinque, mentirebbe per un lustro soltanto. È poco. Voglio essere più liberale ancora; poiché egli ha elargito molti anni a Pudentilla, gli renderò in cambio dieci anni. Mezentio ha errato con Ulisse. Che egli dia almeno la prova di questi cinquant'anni; per finirla: giacché devo trattare con un quadruplicatore, moltiplico i cinque anni per quattro e d'un sol colpo ne detraggo venti. Massimo, fai fare il computo dei consoli: se non mi sbaglio, troverai che ora Pudentilla non ha passato di molto i quarant'anni. Falsità audace! Menzogna meritevole di un esilio di venti anni. Tu aggiungi di tuo la bagattella della metà; osi alterare i numeri di una metà in più. Se tu avessi detto trent'anni invece di dieci, si potrebbe credere che tu avessi sbagliato nelle mosse del calcolo, aprendo le dita che avresti dovuto piegare in cerchio; ma quando il numero di quaranta che, più facilmente degli altri, si indica colla palma protesa, quando il numero di quaranta tu accresci della metà, l'errore non è più delle dita. Può essere tuttavia che tu, credendo Pudentilla una giovane di trent'anni, abbia computato un anno per ognuno dei due consoli.

XC

Ma di ciò basta. Vengo ora proprio alla base dell'accusa, alla vera ragione del magico maleficio. Rispondano Emiliano e Rufino, per quale emolumento - foss'io anche il più gran mago del mondo - avrei con incantesimi e filtri costretto Pudentilla al matrimonio. So bene che molti dei giudicabili, imputati di qualche misfatto, se anche potevasi dimostrare che non eran mancate le ragioni del delitto, con questo solo argomento si sono largamente difesi, dicendo che la loro vita era in contrasto con tal genere di delitti, e che non doveva loro recar danno l'apparente interesse a delinquere. Infatti non tutte le cose che potrebbero accadere sono da ritenersi accadute: le vicende della vita non avvengono tutte d'un modo. Sicuro indizio è il carattere di ciascuno. Una costante e naturale inclinazione al bene o al male, è questo un saldo argomento per accogliere o respingere un'accusa. Queste cose potrei a buon diritto giustamente ripetere: ma ve ne faccio grazia: io non mi ritengo interamente purgato da tutte le vostre accuse sino a che possa rimanere in qualche punto il più leggero sospetto di magia. Considerate bene con quanta fiducia nella mia innocenza io agisca e con quanto disprezzo per voi. Si trovi una causa, una minima causa di lucro che abbia potuto farmi appetire le nozze di Pudentilla; si provi che io ne abbia ricevuto un qualsiasi modestissimo vantaggio, ebbene, allora, io sia pure un Carmenda, un Damigerone, un Mosè, un Ianne, un Apollobex, un Dardano e chiunque altro, dopo Zoroastro e Ostane, è celebrato come mago. (Alla rievocazione dei più celebri maghi la parte avversaria insorge protestando: e non è da escludere che anche parte del pubblico abbia mostrato il suo malumore per questo che poteva sembrare un appello alle potenze malefiche.)

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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
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XCI

Vedi, Massimo, quale schiamazzo hanno fatto perché ho enunciato i nomi di alcuni maghi. Come comportarsi con gente così rozza, così barbara? Dovrei loro ancora insegnare che questi nomi e molti altri ancora ho letto nelle pubbliche biblioteche in opere di chiarissimi scrittori, oppure dovrei sostenere che una cosa è conoscere i nomi delle persone, un'altra cosa è praticarne le arti, e che lo studio e la cultura non devono essere considerati come la confessione di una colpa? Oppure non sarà molto meglio che io mi affidi alla tua scienza, Claudio Massimo, e alla tua compiuta erudizione, sdegnando di rispondere a gente sciocca e incivile? Sì, sì: così è meglio. Pensino essi quello che vogliono: non me ne importa nulla. Questo riprenderò a dimostrare: che non ebbi nessun motivo per allettare Pudentilla al matrimonio con magiche fatture.
Dell'aspetto e dell'età della donna hanno parlato con disprezzo, e mi hanno accusato di aver desiderato una donna né bella, né giovane per avidità di denaro: e per ciò di averne estorto, appena uniti, una grossa e proficua dote. Di fronte a tale accusa, Massimo, non intendo stancarti con lunghi discorsi. Non c'è bisogno di parole, qui: il contratto nuziale parla molto più eloquentemente; in esso tu trovi tutte le cose fatte e predisposte con intenzioni contrarie a quelle che costoro, secondo la propria capacità, attribuiscono anche a me; e dapprima trovi che l'assegnazione dotale è modesta, sebbene sia ricchissima la moglie, e che non vi è costituzione reale, ma soltanto obbligatoria della dote; inoltre c'è questa condizione matrimoniale, che se Pudentilla passi di vita senza avermi dato figlioli, la dote intera rimane ai due figli Ponziano e Pudente; se essa, prima del suo ultimo giorno, lasci un figlio o una figlia, metà della dote viene al figlio del secondo letto, il resto gli altri due.

XCII

Questo, dico, dimostrerò con gli atti alla mano. Forse Emiliano neppure così crederà che soli trecentomila sesterzi siano stati messi in contratto con il patto di riversibilità in favore dei figli di Pudentilla. Prendilo tu stesso in mano, quest'atto, e passalo al tuo consigliere, a Rufino; legga, si vergogni delle sue furie e della sua ambiziosa mendicità: lui, povero, nudo, ha preso in prestito quattrocentomila sesterzi per dotare la figlia; la ricca Pudentilla si contentò di una dote di trecentomila sesterzi ed ha un marito che, dopo avere rifiutato in tante occasioni molte e ricche doti, si è contentato di un meschino e illusorio titolo dotale. Perché egli, all'infuori della moglie, non fa conto di altra cosa: e ogni corredo e ogni ricchezza ripone nella concordia e nella pienezza dell'amore coniugale. D'altra parte, quale uomo, che abbia un poco di esperienza, oserebbe incolpare una vedova scarsa di bellezza ma non scarsa di anni che, volendosi rimaritare, cercasse con la sua ampia dote e la sua vantaggiosa condizione di allettare un giovane non sgradevole né di aspetto né di animo né di fortuna?
Una vergine bella, se anche poverissima, è copiosamente dotata: essa porta al marito la freschezza dell'anima, la grazia della bellezza, la primizia del suo fiore. Giustamente, a ragione, a tutti i mariti è graditissimo il pregio della verginità, perché qualunque altro bene tu abbia ricevuto in dono, puoi, quando ti piaccia, per non sentirti obbligato, restituire intero come l'hai ricevuto: rimborsare i denari, riconsegnare gli schiavi, lasciare la casa, abbandonare i poderi; la sola verginità una volta ricevuta, non si può rendere più; dei beni dotali essa sola resta al marito. La vedova quale giunge nella casa del marito tale per divorzio se ne allontana. Nulla porta che non si possa ridomandare. Essa viene, posseduta da un altro, per nulla pieghevole ai tuoi voleri, sospettosa della nuova casa, siccome sospettata è anche lei a cagione della sua prima separazione coniugale: perché se essa ha perduto il marito, come donna di malaugurio e d'infausto connubio è tutt'altro che desiderabile; se c'è stato ripudio, allora la colpa è della donna tanto intollerabile da essere ripudiata o tanto insolente da ripudiare. Per queste e per altre ragioni le vedove sollecitano i loro pretendenti con doti più ricche. Pudentilla anch'essa l'avrebbe fatto con un altro marito, se non avesse trovato un filosofo spregiatore di doti.

XCIII

Ebbene, se io avessi desiderato la donna per avidità di denaro, non sarebbe stato più vantaggioso per me, allo scopo di impadronirmi della sua casa, seminare discordia tra madre e figli, alienare dal suo animo l'amore per le sue creature affinché io solo possedessi quella donna, così isolata, con più libertà e intimità? Non sarebbe stata questa l'opera degna di un predone, come voi immaginate che io sia? Invece, no. Della quiete, della concordia, della tenerezza, io sono stato promotore, conciliatore, fautore e invece che seminarne di nuovi, ho estirpato dalle radici i vecchi odî. Io esortai mia moglie - della quale, come dicono costoro, avevo tranghiottito tutte le sostanze - la esortai, dico, e finalmente la persuasi, a rendere ai figli senza indugio il denaro ch'essi reclamavano - come sopra ho detto - : e renderglielo in poderi, stimati a basso prezzo, quanto essi volevano; inoltre la persuasi a donare del patrimonio suo fruttuosissimi campi e una grande casa riccamente provveduta e una gran quantità di grano, di vino, di orzo, di olio e di altri prodotti, e non meno di quattrocento servi e ancora mandrie numerose e di non poco valore: perché fossero intanto con quell'assegno rassicurati ed invitati con buona speranza al resto della successione. Pudentilla non voleva - essa permetterà ch'io dica come avvenne la cosa - , io ottenni a fatica il suo consenso, lo strappai, con grandi preghiere, alle sue riluttanze e alla sua collera, riconciliai la madre con i figli, e per primo beneficio di patrigno, ho arricchito di una considerevole somma i miei figliastri.

XCIV

Tutta la città conosce queste cose. Rufino esecrato da tutti, io portato alle stelle. Prima che la donazione fosse legalmente perfetta era venuto a trovarmi Ponziano, con codesto suo fratello, tanto diverso da lui: e caduto ai miei piedi aveva chiesto perdono e dimenticanza di tutto il passato: e piangeva e mi baciava le mani, tutto pentito di aver dato ascolto a Rufino e ai suoi pari. Mi supplicò poi di farlo rientrare in grazia dell'illustrissimo Lolliano Avito, a cui l'avevo da poco raccomandato, durante il suo tirocinio oratorio: giacché aveva saputo ch'io lo avevo informato per iscritto di tutto quanto era avvenuto. Lo contentai anche in questo. Pertanto, avuta la lettera, se ne va a Cartagine, dove, quasi alla fine del suo proconsolato, Lolliano Avito aspettava il tuo arrivo, Massimo. Lolliano legge la mia lettera e, conforme alla sua esimia umanità, si congratula con Ponziano per l'errore sollecitamente riparato e lo incarica di portarmi una lettera: ma che lettera, buon Dio, e con quale dottrina, con quale grazia e amabilità e piacevolezza di espressione! Insomma «il buon cittadino esperto della parola». So, Massimo, che ascolterai volentieri quella lettera; e se potrò, voglio leggerla io stesso. (Al segretario.) Dammi la lettera di Avito: essa mi fu sempre un titolo di onore; adesso mi sia anche di salvezza. (Al custode della clepsidra.) E tu lascia pure che l'acqua scorra. Questa lettera di quell'uomo eccellente io voglio rileggerla, tre, quattro volte, con qualsiasi dispendio di tempo. (Lettura della lettera.)

XCV


So bene che dopo questa lettera di Avito dovrei porre termine al mio discorso. Quale più ricco lodatore, quale più illibato testimone della mia vita, io potrei produrre, quale avvocato più eloquente? Molti oratori di romana nominanza ho bene conosciuto nella mia vita, ma per nessuno ho avuto pari ammirazione. Nessuno è oggi, siccome io penso, nel campo dell'eloquenza, oggetto di lode e di speranza, che non preferisca di gran lunga essere Avito, se con lui, senza ombra di gelosia, voglia compararsi: perché tutte le varie e presso che opposte virtù dell'oratoria si accordano in quell'uomo. Qualunque orazione Avito abbia composta, sarà essa in ogni sua parte così perfettamente compiuta che né Catone sentirebbe mancanza di gravità, né Lelio di scorrevolezza, né Gracco di impeto, né Cesare di calore, né Ortensio di ordine, né Calvo di arguzie, né Sallustio di sobrietà, né Cicerone di abbondanza. Insomma, per non nominarli tutti, quando si ascolta un discorso di Avito, non si desidera aggiungere né togliere né mutare alcuna cosa.
Vedo, Massimo, con quanta benignità tu ascolti queste lodi che riconoscerai nel tuo amico Avito. La tua benignità mi ha invogliato a dire di lui qualche cosa: ma io non voglio secondare la tua indulgenza fino a permettermi, stanco come sono e ormai alla fine della causa, l'elogio delle sue rare virtù, che preferisco riserbare a quando avrò più di forze e di tempo.

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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
MessaggioInviato: mer feb 27, 2008 01:34 
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XCVI

Perché ora, mio malgrado, dal ricordo di tanto uomo dovrò passare a questa peste. Tu vuoi dunque, Emiliano, opporti ad Avito? Quel tale che Avito chiama buon cittadino, il cui carattere loda senza riserva alcuna nella sua lettera, tu accuserai di magico maleficio? E ammesso che io abbia invaso la casa di Pudentilla e la stia spogliando dei suoi beni, proprio tu dovresti dolertene più di quanto non abbia fatto Ponziano, il quale, per un disaccordo durato pochi giorni, eccitato naturalmente da voi, mi diede, in mia assenza, soddisfazione presso Avito, e dinanzi a tanto uomo ebbe per me parole di grazie? Supponi che io abbia letto il racconto di ciò che accadde in presenza di Avito e non la sua lettera: che cosa potresti tu o quali cose potrebbe un altro biasimare in questa faccenda? Ponziano stesso riconosceva che quanto gli era stato donato dalla madre lo doveva a mia generosità: Ponziano nel fondo del suo cuore si rallegrava di aver trovato in me un tale patrigno. Magari egli fosse tornato incolume da Cartagine! Magari - poiché era questo il suo destino - tu, Rufino, non gli avessi impedito di esprimere le sue ultime volontà! Quali grazie non mi avrebbe egli reso o in persona o nel testamento! Ma le lettere che egli mi indirizzò da Cartagine, lungo la via del ritorno, quelle che ancora valido, quelle che ormai malato mi scrisse, piene di onore, piene di amore, lascia, Massimo, che siano lette per un istante, affinché il fratello suo, mio accusatore, sappia quanto poco egli sia compagno al fratello, uomo di virtuosissima memoria, nel seguire il corso di Minerva. (Si leggono le lettere di Ponziano.)

XCVII


Hai sentito le parole con le quali Ponziano, tuo fratello, mi chiamava: suo padre, suo signore, suo maestro: tante volte fino all'estrema ora della sua vita. Dopo di che potrei anche produrre alcune tue lettere dello stesso tono, se le credessi degne del benché minimo indugio. Piuttosto avrei tanta voglia di presentare il recente testamento di tuo fratello, sebbene incompiuto, dove egli mi ricordò coi termini più riguardosi e onorevoli. Ma quel testamento Rufino non permise che fosse redatto e compiuto, per la mortificazione della perduta eredità, da lui valutata siccome compenso, veramente assai salato, per le notti di quei pochi mesi in cui la sua figliola fu moglie di Ponziano. Inoltre egli aveva consultato alcuni Caldei sui guadagni che gli sarebbero venuti collocando la figlia: e risposero (così non fosse stato vero!) che il suo primo marito in poco tempo sarebbe morto; gli altri responsi intorno all'eredità, combinarono, com'è loro costume, secondo il desiderio del consulente. Ma, grazie al cielo, a guisa di cieca bestia, rimase a gola aperta inutilmente. Infatti Ponziano, conosciuta, per quel che valeva, la figlia di Rufino, non solo non la lasciò erede, ma le fece un legato infamante, un tessuto di lino di circa duecento denari, perché si capisse ch'egli l'aveva rinnegata per disprezzo e non trascurata per dimenticanza. In questo testamento, come nel primo, di cui si è data lettura, lasciò eredi la madre e il fratello, contro il quale, come vedi, ancora ragazzo, Rufino fa avanzare quella medesima catapulta della sua figliola, e mostra ed espone nel letto a questo povero giovincello una donna, di molto più anziana, che poco fa era sua cognata.

XCVIII


E il ragazzo si è lasciato accalappiare dalle carezze cortigianesche della donna e dalle manovre ruffianesche del padre. Appena spirato suo fratello, lasciata la madre, egli si trasferì in casa dello zio, dove, senza di noi, i disegni di quella gente potevano avere più facile successo. Emiliano è compare di Rufino; e desidera il buon affare. (Qualcuno del pubblico assente: Apuleio raccoglie la interruzione.) Sì, è giusto: mi ci fate pensare: quel bravo zio nella persona del nipote ripone e nutrisce le proprie speranze, giacché egli sa che se il ragazzo muore intestato, egli ne sarà l'erede, secondo la legge se non secondo giustizia. Sarebbe stato meglio che questo rilievo non fosse venuto da me; non è conforme alla mia consueta riservatezza svelare i taciti sospetti del pubblico: la colpa è di voi che avete suggerito. Il fatto è che molti, Emiliano, si stupiscono per codesta tua improvvisa amorevolezza verso questo ragazzo, dopo la morte del fratello Ponziano, mentre prima gli eri talmente ignoto che neppure quando lo incontravi eri capace di riconoscerne il volto. Ma ora sei così condiscendente con lui, indulgi tanto ai suoi vizi, talmente lo assecondi in ogni cosa, da accreditare ogni sospetto. Lo hai ricevuto da noi che era un bambino, ne hai fatto subito un uomo malizioso; quando era sotto la nostra disciplina, frequentava le scuole; ora ne scappa via per andare nei luoghi malfamati; schiva gli amici seri; coi giovinastri della peggiore risma tra sgualdrine e bicchieri egli, un fanciullo di quell'età, celebra i suoi festini. Lui rettore della tua casa; lui padrone dei tuoi schiavi, lui re del convito; frequentatore assiduo della scuola gladiatoria, si fa insegnare dallo stesso lanista il nome dei gladiatori, i loro scontri, i loro colpi, assolutamente come un bravo ragazzo; non parla mai che in punicio, se anche ritiene ancora dalla madre qualche parola greca: parlare in latino non vuole né può. Hai sentito, Massimo, poco fa - che vergogna! - il mio figliastro, il fratello di Ponziano, giovane facondo, l'hai sentito che a mala pena chioccolava ad una ad una le sillabe, quando gli domandavi se la madre avesse loro fatto quelle donazioni, che io dicevo dovute al mio intervento.

XCIX

Vi prendo a testimoni, Claudio Massimo e voi signori del Consiglio, e anche voi che siete con me presenti in tribunale, che di queste rovine e vergogne morali responsabili sono lo zio e il candidato suocero. Quanto a me sarò contento che un tale figliastro abbia scosso dal collo il giogo della mia custodia e che non avrò più da intercedere per lui presso la madre. Perché - me n'ero quasi quasi scordato - pochissimo tempo addietro, dopo la morte di Ponziano, suo figlio. Pudentilla, malata, fece testamento: ed io dovetti sostenere una lotta perché lei non diseredasse l'autore di tanti clamorosi oltraggi e di tante ingiurie. Essa aveva già scritto, ve lo assicuro, il motivo gravissimo della diseredazione; io la pregai con insistenti preghiere che lo cancellasse: e per ultimo minacciai, se non avesse consentito, che mi sarei separato da lei: supplicandola di accordarmi questa grazia, di vincere col beneficio il cattivo figlio, di liberarmi da ogni sospetto di ostilità. E così non desistei prima ch'ella avesse consentito. Mi dolgo di aver tolto questa sollecitudine ad Emiliano e di avergli fatto questa inattesa rivelazione. Guardalo, Massimo, te ne prego: vedi come a un tratto, udite queste cose, è rimasto stupito, come tiene gli occhi a terra. Ben altro egli si aspettava, e non a torto: ché sapeva la donna avvelenata dalle contumelie del figlio e attaccata alla mia devozione. Egli aveva ragione di temere anche di me. Chiunque, anche se noncurante - come sono io - di eredità, non avrebbe rinunciato a vendicarsi di un figliastro così poco rispettoso. Una sollecitudine principalmente li stimolò ad accusarmi: ch'io fossi istituito erede universale. Non era così: ma essi lo pensavano, conforme alla loro avarizia. Vi libero per il passato da questo timore. Nessuna occasione, né quella della eredità né quella della vendetta, ha potuto smuovere l'animo mio. Ho combattuto con una madre incollerita a favore del figliastro, io, patrigno, come farebbe un padre a favore di un ottimo figlio contro la matrigna: né fui contento finché non riuscii a trattenere, più di quanto l'equità non esigesse, la generosa liberalità di una buona moglie nei miei riguardi.

[b]C[/b]

(A un segretario.) Dammi il testamento fatto dalla madre in favore del figlio che le si era già dichiarato nemico, fatto per preghiera e sotto dettatura mia: cioè di questo predone, com'essi dicono. Massimo fa' rompere i sigilli; troverai che il figlio è istituito erede; a me è lasciata non so che piccola cosa, per semplice convenienza, acciocché, se le fosse toccato qualche male, non mi mancasse il titolo di marito nel testamento della moglie. (A Sicinio Pudente.) Prendilo, prendilo questo testamento di tua madre, questo testamento davvero «inofficioso». Come no? È un testamento dove il più devoto dei mariti è diseredato e si istituisce erede un figlio inimicissimo. Ma che dico figlio? Eredi sono le speranze di Emiliano, le vagheggiate nozze di Rufino, tutta un'associazione di briachi parassiti. Prendilo, dico, tu, la perla dei figliuoli, e messe per un poco da parte le lettere amatorie della madre, leggi piuttosto il suo testamento; se qualcosa essa vi ha scritto con la mente traviata, la troverai qui: e per l'appunto subito, alle prime parole: «Sicinio Pudente, figlio mio, è mio erede». Lo confesso: chi leggerà questo, dirà che l'ha scritto un pazzo. Erede è questo figlio che proprio durante i funerali del fratello, chiamata una banda di giovinastri teppisti, volle cacciarti da quella casa che tu stessa gli avevi donato; quel figlio che considerò grave ed acerba offesa che il fratello ti abbia lasciata coerede con lui; che subito ti abbandonò nel lutto e nel dolore, per correre dalle tue braccia materne a Rufino e ad Emiliano; che moltissime volte poi ti oltraggiò di presenza con le parole e, aiutato dallo zio, coi fatti; che portò in giro per i tribunali il tuo nome, che tentò di svergognare pubblicamente il tuo pudore con le tue lettere, che accusò di un delitto capitale il marito tuo, quello che tu avevi scelto, quello che, come lui stesso ti rimproverava, tu amavi appassionatamente. Suvvia, apri, bravo figliuolo, apri il testamento: così più agevolmente dimostrerai la pazzia della madre.

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 Oggetto del messaggio: Re: Apuleio - Della Magia
MessaggioInviato: mer feb 27, 2008 01:35 
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Rifiuti, non vuoi? E già: ormai ti sei liberato da ogni preoccupazione sulla materna eredità. Ma io, Massimo, questo testamento, lo getto dinanzi ai tuoi piedi e attesto che d'ora innanzi non mi curerò di ciò che Pudentilla scriverà nel suo testamento. Ci pensi lui per l'avvenire, come gli piace, a scongiurare sua madre; a me non ha lasciato più possibilità di intervenire in suo favore. Egli, ormai padrone di sé e uomo, siccome scrive alla madre amarissime lettere, così cerchi lui stesso di placarne la collera: chi è stato buono a incolpare, sarà buono a scolparsi. A me basta di avere pienamente confutato le accuse mosse contro di me, non solo: ma di avere anche estirpato dal fondo la radice di questo processo, cioè l'odioso sospetto di una captata eredità. Ma, perché nulla sia trascurato, prima di finire, voglio ribattere un'altra calunnia. Avete detto che io, con una forte somma appartenente a mia moglie, ho comprato a mio nome un bellissimo podere. Dico che si tratta di un poderetto di sessantamila sesterzi, che non io, ma Pudentilla acquistò a suo nome: e il nome di Pudentilla è nel contratto e a nome di Pudentilla si pagano le imposte. È qui il questore pubblico, cui è stata pagata la somma, Corvinio Celere, rispettabile uomo; è presente anche il tutore autorizzante di Pudentilla, uomo serio e scrupolosissimo, da nominare con ogni riguardo, Cassio Longino. Chiedi, Massimo, quale acquisto egli abbia autorizzato e con quale piccola somma, quella ricca donna, abbia comperato questo piccolo campo. (Testimonianza di Cassio Longino e di Corvinio Celere.) È così come ho detto? Il mio nome apparisce in qualche parte dell'atto di compera? O forse ha destato sospetto il prezzo del poderetto o forse questo, almeno, mi è stato trasmesso in proprietà?

CII


C'è qualcosa, ancora, Emiliano, che a tuo giudizio io non abbia confutato? Della mia magia quale premio hai trovato? Perché avrei piegato con incantesimi l'animo di Pudentilla? Per cavarne quale vantaggio? Perché mi assegnasse una piccola anziché una ricca dote? Che splendidi incantesimi! O perché stipulasse la riversibilità della dote in favore dei figli invece che lasciarla in mio potere? Che c'è di più perfetto di una simile magia? O perché dietro mia esortazione lasciasse ai figli quasi tutta la sua sostanza, mentre, prima di sposarmi, nessuna largizione aveva loro fatto: e a me lasciasse una piccolezza? Che grave veneficio, dovrei dire: o non piuttosto, che ingrato beneficio? Oppure perché nel testamento che ella redasse adirata contro il figlio, lasciasse erede il figlio che l'aveva offesa, anzi che me, cui era obbligata? Certamente occorrevano di molti incantesimi per ottenere con fatica questo bel risultato.
Supponete che la causa non si tratti dinanzi a Claudio Massimo, uomo giusto e pertinace nella giustizia, ma al suo posto mettete qualche altro giudice perverso e crudele, che si compiaccia di accuse, bramoso di condanne: dategli una pista da seguire, somministrategli un piccolissimo pretesto per decidere secondo le vostre richieste, inventate almeno qualche cosa, immaginare una risposta da dare alle sue domande. Poiché ogni tentativo è necessario che muova da qualche causa, voi che accusate Apuleio di aver assalito l'animo di Pudentilla con magiche seduzioni, rispondete, spiegate per che cosa egli l'avrebbe fatto, che cosa voleva da lei. La sua bellezza? Dite di no. Era avido delle sue ricchezze? Lo nega il contratto di nozze, lo nega l'atto di donazione, lo nega il testamento, il quale dimostra ch'egli non soltanto non ha cupidamente desiderato, ma che anzi ha rigidamente respinto la liberalità della moglie. Quale altra causa c'è dunque? Perché ammutolite, perché tacete? Dov'è quell'atroce esordio del vostro atto di accusa formulato a nome del mio figliastro: «Io mi costituisco, o massimo, davanti a te accusatore di quest'uomo...»?

CIII


Perché non aggiungi: accusatore del mio maestro, del mio patrigno, del mio intercessore? E poi continuando: «... di quest'uomo reo di moltissimi e manifestissimi malefîci». Dimmene uno solo di questi moltissimi, di questi manifestissimi, dimmene uno solo, che lasci alcun dubbio o per lo meno una certa oscurità. Quanto al resto delle vostre accuse, fai bene il conto se non rispondo con due parole. «Ti lustri i denti». È pulizia. «Guardi gli specchi»: un filosofo deve. «Componi versi». È lecito. «Esamini i pesci»: Aristotele insegna. «Consacri un legno»: Platone consiglia. «Prendi moglie»: la legge vuole. «È più anziana di te»: suole accadere. «L'hai fatto per lucro». Prendi il contratto, ricorda la donazione, leggi il testamento. (Si rivolge concludendo al proconsole.) Se tutte queste cose ho abbastanza rintuzzato, se io ho messo la mia innocenza al riparo non solo di ogni accusa, ma anche di ogni ingiuria, se l'onore della filosofia, che mi è più caro della vita, non ho mai menomato, anzi al contrario se l'ho dovunque, come un invitto gladiatore, mantenuto: se questo è così come dico, io posso con rispettosa fiducia attendere la espressione della tua stima anziché temere la tua potestà; perché la condanna del proconsole sarebbe per me cosa meno grave e temibile che il biasimo di un uomo tanto degno e illibato.
Ho detto.[/b]

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