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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: mer apr 02, 2008 12:30 
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Solcando in lungo ed in largo i meandri della rete alla ricerca di chicche pregiate e meno conosciute sì da portare la conoscenza ai miei preziosi ospiti nelle lande Valmneiriane mi sono imbattuto in questo autentico museo delle meraviglie e del grottesco

La Parastone Studios, una compagnia olandese che si occupa di dare forma tridimensionale ad alcuni dettagli di dipinti celebri ha infatti "dato vita" alle creature surreali del fantastico pittore Bosh (spero ddavvero che sia conosciuto, così come i suoi legami con il manicheismo/catarismo e con l'esoterismo)

http://www.3d-mouseion.com/engels/bosch_eng.htm

Vi consiglio davvero di dare un occhio alla sua incredibile produzione artistica MOLTO evocativa (tantop per stimolare i più giivani, alcuni suoi mostri strizzano molto l'occhio a quelli assurdi di Berserk) o, nel caso gradiate saperne qualcosa di più, non v'è che da chiedere

Saluti, come sempre e tipicamente Oscuri :mastermind:


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 Oggetto del messaggio: Re: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: gio apr 03, 2008 00:24 
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Notizia ghiotta, purtroppo o forse per fortuna, non posso capire la citazione che fai riguardo a Berserk :P

Sono sempre stato un appassionato di Bosch (ma forse si chiamava Fiamm? :look:), vorrei fare un puzzle del Trittico del giardino delle delizie... Volevo segnalare pure il maiale con il velo da suora, insuperabile! :clap:

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 Oggetto del messaggio: Re: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: gio apr 03, 2008 09:16 
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Iscritto il: dom gen 27, 2008 19:43
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Fantastico Bosch! se si pensa poi al suo periodo a cavallo fra il 400 e 500! un genio...

ho letto un raccontino di Buzzati, che si era interessato a Bosch e raggiungeva il paesino d'origine, qui incontra un vecchietto pazzo, che poi si scopre "posseduto" dall'anima di Bosch (o qualcosa del genere, ora non ricordo bene) e questo vede realmente le cose come le dipinge, perché ha la capacità di vedere i vizi e le brutture dell'animo delle persone riaffiorate in superficie...


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 Oggetto del messaggio: Re: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: gio apr 03, 2008 10:06 
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Lenore Weide ha scritto:
Fantastico Bosch! se si pensa poi al suo periodo a cavallo fra il 400 e 500! un genio...

ho letto un raccontino di Buzzati, che si era interessato a Bosch e raggiungeva il paesino d'origine, qui incontra un vecchietto pazzo, che poi si scopre "posseduto" dall'anima di Bosch (o qualcosa del genere, ora non ricordo bene) e questo vede realmente le cose come le dipinge, perché ha la capacità di vedere i vizi e le brutture dell'animo delle persone riaffiorate in superficie...


Giusta puntualizzazione miss, in Italia, "L'opera completa di Bosch" edito Classici dell'Arte Rizzoli, si fregia di una prestigiosa presentazione di Dino Buzzati: l'ho ripreso in mano proprio l'altro giorno per motivi personali, quasi quasi lo posto :)

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 Oggetto del messaggio: Re: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: gio apr 03, 2008 10:10 
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Da introduzione alla “Opera completa di Bosch”
di Dino Buzzati


“Poiché mi ero sempre molto interessato del pittore Hieronymus Bosch, durante un viaggio in Olanda andai a visitare la sua città, cioè ’s-Hertogenbosch, detta anche Bois-le-Duc, che noi chiamiamo Boscoducale. E qui l’albergatore, persona abbastanza colta, mi disse: “Se non altro per curiosità, signore, perché non va a trovare il vecchio Peter van Teller? È un tipo un po’ strambo, un orologiaio che vive di una piccola rendita dopo avere ceduto la sua bottega al nipote. Credo sia il decano di ’s-Hertogenbosch. Per tutta la vita si è occupato di Bosch, è convinto anzi che Bosch sia un suo antenato da parte di madre. Su Bosch ha scritto anche un libretto, tanti anni fa, che a quei tempi fece un certo scandalo. Ha certe sue idee curiose. Chissà, un incontro potrebbe esserle utile…”. Dicendo questo però sorrideva con una certa ironia, e io mi chiedevo se parlasse sul serio o invece intendesse prendermi benevolmente in giro.
All’indirizzo indicatomi, in una piccola strada dietro il palazzo municipale, trovai una casetta a due piani, di classico stile vecchia Olanda, un minuscolo giardino dinanzi, un grazioso bovindo al pianterreno, le finestre a tanti piccoli riquadri rettangolari, il tetto spiovente di mattoni con due occhi d’abbaino, chiuso ai lati da muri sagomati a gradini con in cima un galletto di ferro; e in vetta a uno dei tre alti camini qualcosa che forse poteva essere un nido di cicogna.
Tirai, al cancello, la maniglia della campanella e dopo poco venne ad aprirmi una donnetta sui sessant’anni, straordinariamente linda, con una gentile cuffia bianca. Siccome parlava soltanto in olandese, non capii bene se fosse una donna di servizio oppure una parente del vecchio orologiaio. Per fortuna intervenne in aiuto un passante che conosceva il tedesco. Seppi così che Van Teller era uscito per la passeggiata pomeridiana e non sarebbe rientrato che fra un’ora. Però, se non volevo aspettarlo, potevo raggiungerlo al giardino pubblico; Van Teller sedeva sempre sulla terza panchina a destra entrando. E non potevo sbagliare: era l’uomo più vecchio di ’s-Hertogenbosch e portava un cappello d’altri tempi a tesa larghissima.
Un passante mi indicò la strada e dopo pochi minuti vidi il curioso personaggio. Seduto da solo sulla panchina, le mani riunite sopra il ricurvo manico di un bastoncello, osservava la gente che passava, i bambini che giocavano, le mamme che accanto alle carrozzelle lavoravano a maglia o chiacchieravano, con espressione compiaciuta.
Quanti anni avrà avuto? Ottanta? novanta? duecento? Impressionante il numero di rughe che solcavano il volto scarno, eppure era ancora una fisionomia viva e in certo modo battagliera.
Come mi avvicinai e lui mi guardò, avvertii subito, vedendolo di faccia, una straordinaria rassomiglianza con l’unico sicuro ritratto di Hieronymus Bosch che si conosca, il disegno cioè che si conserva ad Arras; gli stessi occhi penetranti e maliziosi di falco, la stessa bocca perentoria che finisce in due pieghe alquanto beffarde. Il ritratto di Arras, che ci presenta il pittore già avanti negli anni, coincide perfettamente col volto dell’uomo che, sul fondo dell’Incoronazione di spine del Prado osserva con pietà e riprovazione la tortura di Cristo; solo che qui Bosch appare coi folti capelli neri, nel pieno della virilità. Ebbene, il vecchietto che mi trovavo davanti, rispetto ai due noti ritratti, poteva rappresentare la terza tappa, quella che Bosch non fece in tempo a raggiungere. Era lo stesso uomo, pareva, arrivato alle soglie della decrepitezza.
Mi presentai e fui lieto di constatare che anche Van Teller conosceva abbastanza bene il tedesco; cosicché la conversazione era facile. In compenso bisognava quasi urlargli nelle orecchie, tanto era sordo.
“Chi le ha detto di rivolgersi a me?” domandò per prima cosa. E come lo ebbe saputo, fece un breve sogghigno, quasi che stimasse l’albergatore persona poco raccomandabile. Poi tacque e riprese a guardare la gente, come se io non esistessi.
Era un dolce pomeriggio d’autunno e gli alberi intorno, che già cominciavano a spogliarsi, portavano i colori accesi e il patetico presentimento del trapasso.
Van Teller era vestito all’antica: una lunga giacca-palandrana che gli arrivava fin quasi ai ginocchi, una camicia dall’alto collo inamidato, una vasta cravatta nera alla Robespierre. Si riscosse, mi guardò, sorrise (aveva ancora i suoi denti): “Lei è venuto a cercarmi per il grande Hieronymus? Eh, eh. Innanzi tutto è mio dovere avvertirla, signore, che qui in città mi considerano un matto”. E fece una stridula risata da cornacchia.
Intanto mi ero seduto al suo fianco. Con una mano scheletrica ma tutt’altro che tremante, strinse una delle mie. “Ma lei, signore, viene da lontano, lei non può sapere nulla di questi pettegolezzi di provincia, a lei non possono interessare, però lei mi è simpatico, signore. A lei, se crede, posso dire alcune cose. Eh, eh. Avrà notato immagino, che io assomiglio a qualcuno!”. “In modo sorprendente”, dissi: “Una coincidenza quasi incredibile”. “Coincidenza, amico mio? Crede proprio si tratti di coincidenza?”. “Intende dire, signor Van Teller, che si tratta di sangue?”. “Chissà, chissà”, fece lui enigmatico: “Certe cose noi non le potremo mai sapere”. Dopodiché non si fece pregare per raccontarmi la sua storia.
Figlio di un orologiaio, aveva seguito umilmente le orme paterne, occupandosi sempre del negozio ma, fin da ragazzo, una fortissima attrazione lo portava verso tutto ciò che riguardava il famoso pittore, ritenuto, in famiglia, un antenato di sua mamma, nata Van Aken. Una tipica infatuazione di giovinezza, tuttavia abbastanza strana in lui, che aveva fatto solo le scuole commerciali. Sull’argomento, ancora adolescente, aveva letto tutto quello che gli era stato possibile; naturalmente alla biblioteca comunale di ’s-Hertogenbosch i libri sul grande pittore non mancavano. Poi, fattosi uomo, era riuscito a vederli pressoché tutti, i celebri dipinti; era stato a Vienna, a Berlino, a Parigi, a Venezia, a Lisbona e più di una volta a Madrid.
Nel frattempo stava scendendo la sera, il giardino si era quasi vuotato del tutto, i viali assumevano quell’espressione enigmatica e circospetta della natura quando viene lasciata sola.
Mentre Van Teller mi parlava, ebbi un piccolo soprassalto: con la coda dell’occhio mi era parso di vedere una cosa scura uscire da una siepe alle mie spalle e saltellare a scatti sull’erba; ma, come guardai, tutto era normale e tranquillo.
L’aria si era fatta piuttosto fresca, saliva l’umidità della notte, proposi a Van Teller di accompagnarlo a casa. Egli tolse un antico orologio d’oro da un taschino del panciotto, esclamò: “Che sbadato. Sono già quasi le sette. Chissà la Margareta che cosa sta immaginando”.
Ora il parco era diventato veramente deserto e poco rassicurante. Ancora qualche sparso pigolio qua e là di invisibili uccelli. Fruscii, scricchiolare di rami secchi, lievi ansiti del vespero tra i mucchietti di foglie secche. Ma a Van Teller, che probabilmente aveva stufato ad usura i concittadini con le sue vecchie storie. non sembrava vero di avere trovato un ascoltatore attento come me. E stava infervorandosi. Mi diceva come nessuno dei tanti critici che avevano scritto su Bosch, anche firme autorevoli e reputatissime, lo avesse persuaso. “Parlano dell’inferno, parlano della dannazione eterna, parlano di sant’Agostino, delle eresie, della riforma di Lutero, vanno a frugare nella vita privata di Hieronymus, che nessuno di loro può conoscere, riempiono centinaia di pagine con interpretazioni gigantesche. E la psicanalisi! E l’angoscia esistenziale con quattro secoli di anticipo! E il surrealismo con quattro secoli di anticipo!… C’è stato uno, perfino, che ha registrato uno per uno i mostri - eh, eh. li chiamano mostri - e li ha classificati come fossero tanti coleotteri, e per ciascuno ha trovato il tipo di nevrosi corrispondente. E poi il manicheismo immancabile. E i refoulements sessuali… i complessi aberranti… la componente sodomitica… l’esoterismo negromantico… Quanta fatica inutile!”. Si era fermato, ora batteva per terra con rabbia la punta del sottile bastone: “Ma se è così semplice; così limpido! Se non è mai esistito un pittore più realista e chiaro di lui!… Altro che fantasie, altro che incubi, altro che magia nera… La realtà nuda e cruda che gli stava davanti… Solo che lui era un genio che vedeva quello che nessuno, prima di lui e dopo di lui, è stato capace di vedere. Tutto qui il suo segreto: era uno che vedeva e ha dipinto quello che vedeva…”.
Io dissi: “Capisco. Certo, in sede letteraria. non si può negare… Però lei intende alludere, vero, a una realtà fantastica, a una realtà trasposta? alla realtà dei sogni, delle paure, dei rimorsi? Tornerà sempre a suo merito, di Bosch, l’aver dato una forma concreta a questi fantasmi… .Però lei non mi dirà che quegli esseri orrendi, rettili antropomorfi, osceni meccanismi, utensili trasformati in membra, gnomi e insetti abominevoli, lui li vedesse veramente, che quattro secoli fa girassero per le strade dell’Olanda”.
“Non li vedeva?” fece lui, arrogante: “Non giravano per le nostre strade? Oh, non mi faccia parlare!”. A questo punto non ebbe più riserve. Confessò che pure lui, non tutti i giorni ma abbastanza spesso, “vedeva” il mondo come Bosch : quel pomeriggio, per esempio. Parecchie di quelle amorevoli mammine venute con la carrozzella del neonato non erano - mi garantì - che laidi uccelli dal becco adunco, lucertoloni neri gonfi d’odio, avidi cercopitechi sdentati, vesciche infami con gambe di ragno. Tra i bambini stessi aveva visto qualche ributtante esemplare di ornitorinco e di gnomo, armato di uncini sanguinolenti. Ecco il motivo, spiegò, delle sue tribolazioni a ’s-Hertogenbosch. Più di trent’anni prima aveva esposto questa sua teoria in un libretto, portando ampie esemplificazioni. Benché non venissero fatti esplicitamente i nomi, risultava evidente, per esempio, l’identificazione dell’allora vice-sindaco con l’atroce profilo di sadico filisteo nel Portacroce di Gand e del preside del liceo musicale col paggio dalla testa suina nel Sant’Antonio di Lisbona.
Cominciavo a capire perché l’albergatore, dandomi l’indirizzo di Van Teller, sorridesse in modo insinuante. E perché lui stesso mi avesse detto che gli altri lo prendevano per matto. Un povero vecchietto senza più i suoi venerdì, che pretendeva di essere la reincarnazione di un genio.
“Ma a lei”, domandai, “non è mai venuta la voglia di dipingere?”. “Aspetti”, disse Van Teller con aria di complicità: “Aspetti. Le farò vedere”.
La notte arrivava. Sotto le scure falde del cappello, l’antica faccia fosforesceva e gli occhi di falco erano bianchi e secchissimi. Alzò la destra a fare segno.
Mi accorsi che eravamo giunti alla sua casa. La quale, per i due culmini dei muri laterali e le finestre accese, assomigliava nel buio a un enorme gufo accovacciato. Prima ancora che Van Teller avesse suonato il campanello, la sua donna arrivata trafelata: “Così tardi, signore?” diceva, o qualcosa del genere.
Mi fece strada. Entrammo. Era una casa densa di antiche intimità e segreti di famiglia. Rivestimenti di vecchio legno, scale di vecchio legno, statue in legno di vecchi santi tetri e scarsamente convinti. Le luci erano elettriche, ma civilmente disposte e limitate. Margareta chiuse la porta alle nostre spalle con un catenaccio nero che mandò un tonfo cavernoso.
Era per Van Teller l’ora di cena? Margareta guardava interrogativamente il padrone, il quale con un piccolo cenno di mano fece capire che non era il caso e quindi zampettò adagio su per la scala Non si fermò al primo piano dove era presumibile fossero le stanze da letto. Angoli in ombra, nicchie, angusti corridoi e scalette laterali che si perdevano ne: buio.
Si uscì nell’androne sommitale ricavato dallo scrimolo del tetto spiovente. Egli accese. Un getto di vivida luce cadde su una grande tavola poggiata a un cavalletto e dipinta per metà. Sotto, su un tavolo, pennelli, colori e tavolozza.
Era, per quello che se ne poteva capire, un quadro incompiuto di Bosch. In alto, a sinistra, lo splendore di un ciclo puro e intenso nel quale navigavano due angeli bellissimi, e le loro trombe si divincolavano in ricci trionfali espandentisi in estasiati cartigli pieni di vento. A destra degli angeli, Lui. il Signore, il Dio, l’Onnipotente, il Creatore, assise sul culmine di un arcobaleno, la testa irraggiante. l’espressione potente e stupita. Nudo. Il braccio destro, ad ansa di anfora, reggeva un lungo stelo di fiori paradisiaci. I piedi, intrecciati, poggiavano sulla sfera del mondo. Ma era dipinto per metà. Il rimanente del corpo era tracciato con un segno filiforme. La forza era però nel paesaggio di sotto. Rupi spoglie e corrose, nelle cui crepe e pieghe si divincolavano orridi coacervi di corpi umani e disumani, in mezzo a sozze scaturigini di vapori gialli. Angeli con grandi ali lottavano per estirpare dall’obbrobrio le anime ancora titubanti, contrastati ferocemente da forme immonde. Ed era chiaro che la loro causa era perduta in partenza. I demoni, con teste maialesche e ferine, con bocche da rospo, con ventri squamosi di aracnide, con mastodontiche teste dalle cui orecchie uscivano le gambe rachitiche, con corpi da lucertola e da scolopendra, erano mucose, erano ventri, erano sessi, erano ludibrio di membra viscide e sconciamente dilatate alle vergogne più turpi. Sui fondo della scabra sassaia, quei corpi tepidi e palpitanti di sozze voglie, per lo più rosei, spiccavano con una violenza ancora più selvaggia che non le meravigliose cortigiane adolescenti nel Giardino delle delizie al Prado.
Io rimasi là, di pietra. Era uno dei più crudeli e disperati Bosch che avessi mai visto. Eppure mai, in nessun libro o raccolta, lo avevo riscontrato. “Ma è un Bosch autentico, questo, no? È suo? Dove l’ha trovato? E perché è dipinto solo a metà?” Van Teller mi guardò sorridendo: “No, no, una semplice imitazione…”. “Eppure, eppure mi ricorda…”. Van Teller sembrò felice: “L’ha riconosciuto? Il Giudizio universale che andò distrutto nell’incendio del Prado? Lei ricorda la relativa stampa di Hameel, vero?”.
Sì, ora ricordavo perfettamente. Di quel prezioso dipinto, incenerito dalle fiamme, restava una sola testimonianza: una copia in formato ridottissimo, incisa in rame da un contemporaneo. Ma ora qui, dinanzi a me, il capolavoro era per metà risuscitato. “E come è possibile?” feci io.
Allora lui, Van Teller, si fece oltremodo circospetto e misterioso, e cominciò - come dirlo altrimenti? - cominciò a vibrare sottilmente, quasi una forza superiore stesse entrando in lui per possederlo. Alzò un dito ammonitore: “Qualche volta”, disse, “mi viene a trovare”. “Chi?”. “Lui, il grande Hieronymus”. “E come?”.
Corse a un tavolo pieno di carte e vi sedette. Prese una matita, poggiò la punta della matita su un foglio di carta, la matita si muoveva da sola. “È qui, è qui. Stasera è venuto”, annunciò con voce spiritata: “Lei è fortunato, signore”.
Dunque il vecchio orologiaio era un medium? E adesso mi proponeva le liturgie del caso?
“Si sieda là nell’angolo. E non parli, per carità, signore”, disse Van Teller. Mi sedetti. E lui cominciò ad aggirarsi per la mansarda come un’anima in pena. Mugolava. Si torceva come se qualcuno gli stesse attanagliando le reni. Supplicava: “Non così forte, maestro Hieronymus, non così forte per misericordia di Dio!”. Poi si mise a gemere in olandese e non capii più niente.
Nello stesso tempo, e la luce era tale che non poteva esserci trucco, due pennelli, da soli, si levarono lievitando dal tavolo, come due addomesticate bestioline tuffarono il ciuffo nella tavolozza, quindi puntarono verso il quadro e adagio adagio, con minuziosa applicazione, cominciarono ad effigiare una sorta di schifosa forma vivente metà salamandra e metà uccello che protendeva il becco verso una ragazza nuda già traforata da uno spiedo. L’invisibile spirito del grande Hieronymus tornava dunque alla sua città per ridipingere il quadro distrutto?
La scena era piuttosto allucinante. Van Teller, per quanto rapito in quella specie di trance, potè dirmi: “Guardi, guardi dalla finestra”. Guardai dalla finestra. E capii ciò che il vecchio orologiaio aveva prima cercato di spiegarmi. Sì, Hieronymus Bosch non aveva inventato nulla, aveva dipinto tale e quale lo spettacolo offerto quotidianamente ai suoi occhi.
Di lassù non potevo scorgere che la casa di fronte e una fetta di quelle adiacenti. Ma, per l’incantesimo di quella notte, esse apparivano come scoperchiate e nell’interno si distingueva la gente che mangiava, dormiva, litigava, lavorava, faceva l’amore, odiava, invidiava, sperava, desiderava, come tutti noi. Erano uomini e donne e bambini, tali e quali il nostro consueto prossimo quotidiano, ma frammisti a loro, con supremazia di maggioranza, si agitavano brulicando innumerevoli cose viventi simili a celenterati, a ostriche, a ranocchie, a pesci ansiosi, a gechi iracondi, simili ai cosidetti mostri di Hieronymus Bosch; e che non erano altro che creature umane, la vera essenza dell’umanità che ci circonda. Latravano, vomitavano, addentavano, sbavavano, infilzavano, dilaniavano, succhiavano, sbranavano. Così come noi ci sbraniamo giorno e notte, a vicenda, magari senza saperlo.
Poi di colpo la rivelazione cessò. Non vidi più che la casa di fronte, chiusa e immota, le case adiacenti, pure esse spente e addormentate. Tutto era tornato all’apparenza banale e tranquillizzante della realtà quotidiana, a cui siamo abituati. Mi voltai. Il vecchio orologiaio, ansimante, si era abbandonato su un divano. Sembrava esausto.
Il silenzio della notte, l’immobilità delle cose. Tutto come quando ero entrato: tranne quella schifosa forma metà salamandra e metà uccello dipinta sulla tavola, che quando io ero entrato non c’era.
Sul divano il vecchio era triste: ” Non arriverò mai a finirlo, questo quadro. Sono stanco. Sono vecchio. E lui viene sempre più di raro… “.
Guardai attentamente il dipinto. Era eseguito con la perfezione dell’antico maestro, si notavano perfino le screpolature del colore che soltanto i secoli sanno dare. “Nessuno l’ha visto?”, chiesi. “Nessuno”. “E dopo?”. “Dopo la mia morte, lei intende dire? No, signore, nessuno mai lo vedrà. Io sono un matto, un povero matto. Questo dipinto è il mio segreto. Ho dato disposizioni. Con me scomparirà”.

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 Oggetto del messaggio: Re: i Mostri di Hieronymus Bosch prendono vita
MessaggioInviato: gio apr 03, 2008 15:21 
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Iscritto il: gio mag 03, 2007 02:05
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L'avevo letta anche io quest'introduzione, veramente imperdibile!

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