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 Oggetto del messaggio: Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio
MessaggioInviato: mar apr 01, 2008 02:11 
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Iscritto il: mar gen 15, 2008 02:20
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Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

Chiunque fosse stato in grado di spezzare il pesante clima di diffidenza, un sospetto che toglieva il sonno al giovane capo dei Salii; Thannos, appena eletto dal consiglio della triplice alleanza celtica delle Alpi: i Salii, il clan più consistente, le cui ramificazioni raggiungevano la costa meridionale della Gallia fino a Massalia, i Leponti e i Reti, tribù delle Alpi centrali. Dopo alcuni secoli di pace, d’armonia, d’intesa con i signorili Etruschi, con cui avevano dato la loro piena fiducia. Incrementando gli scambi commerciali, fornitori dell’ottimo vino, di oggetti preziosi e di una cultura comune sia nel costume, sia nei riti magici, marcati dai numerosi matrimoni con le fanciulle etrusche dalla pelle ambrata e vellutata come una pesca, donne splendide nella minuta figura, sovente le etrusche avevano gli occhi chiari, dai riflessi grigi al verde, di più ancora erano le chiome ricce e corvine, parevano avere il piumaggio nero e lucente come quello dei corvi reali, uccelli prediletti da Odino, per le quali i Salii s’innamorarono pazzamente di queste esotiche fanciulle.
Ciò nondimeno l’unioni avvenivano solamente se le coppie s’amavano veramente e non per gli interessi delle familie. Thannos e Maite si erano sposati da un’anno, nell’intimità, Thannos la chiamava: “Dammiunbacio”. Non era certamente Maite a turbare il suo biondo compagno, che contracambiava chiamandolo “Pelodeglidei” inquieto lo era veramente aleggiava nell’aria nel loro raskard. “Pelodeglidei, perchè sei cosi triste e pensieroso, non capisco, da quando mio padre è tornato a Felsina, non so? Non mi sembri più lo stesso? Perfavore non fare così, non riesco a seguirti. È forse perchè non abbiamo fatto i rituali a Lofn, la dea protettrice dell'armonia coniugale”? “Cosa c’entra scomodare gli dei “. Disse Thannos con seriosità. “Lascia stare mia nonna Frigga”! – “Non è la mia discendeza, semmai sarà la tua”, troncò bruscamente.
Non avevano mai litigato, lei si mise a piangere, dopotutto aveva solo 18 anni e scelse di vivere con Thannos in quei luoghi incantati ma gelidi, che erano le valli alpine, molto diverse dalle sue colline. Ma il sospetto sul padre di lei, permaneva; Brotos era un uomo felice , quando pose sui loro capi la corona di fiori di rosmarino e promise che presto li avrebbe raggiunti là fra i picchi dove vivono i capricorni e le aquile, aveva sentito raccontare che le genti delle montagne erano dei giganti e non temevano le tempeste e i fulmini di Thor, ma li sapevano deviare con le loro pertiche fatta con materiali sconosciuti. Naturalmente questa era una scusa che aveva detto ai figli prima di partire, non disse però che un senatore della vicina Roma era stato a fargli visita, portando doni; olio e capretti e sopratutto del sale. “Allora presto ti recherai là dove vivono i giganti”? Sono così ansioso chissà quali meraviglie mi racconterai al tuo ritorno”. Di questo incontro Brotos non ne aveva mai accennato al genero e come ogni mattina partiva per la valle, dicendo che sarebbe rientrato al tramonto.
La gente di Thannos sorrideva al suocero vestito in un modo diverso da loro e gentili ripondevano a tutte le sue domande, curioso come un gatto, entrava nelle fucine, nei magazzini, voleva provare a lanciare i pilum soppesare la consistenza degli umboni degli scudi di cuoio dei Salii, erano le misteriose doppie ascie che intimoriva Brotos, strumenti affascinati e temibili; come le rampe ma lui non lo poteva sapere che potevano essere usate anche in battaglia, ascie e rampe; i montanari, di cui non si separavano mai, li usavano per abbattere alberi, e condurre poi i tronchi lungo i vivaci torrenti, poi le rampe corte venivano adoperata per posare i tronchi incastrandoli uno sopra l’altro per la costruire le solide pareti del raskard .
Brotos però non s’accorse di essere, seguito, osservato, ascoltato da un piccolo felino, capace di percepire la minima vibrazione, una piccola carica electtrica, profondo conoscitore del cuore umano, sapeva intuire dello squardo e dagli occhi se un umano era d’animo buono e sincero, con il pelo nero lucido come i capelli di Maite, era il gäth Üllì confidente e leale compagno di Thannos, il gatto entrò come uno spirito nella notte di Halloween nella camera di Thannos, gli comunicava il resoconto della giornata della spia Brotos, in un modo tutto particolare conosciuto solamente da Thannos, facoltà avuta dalla nonna Frigga, quando tutti dormivano gli occhi di Üllì s’illuminano, due punti di brace che s’aprono e si chiudono ad intervalli lunghi e brevi, frazioni di secondi che letti in seguenza davano un racconto preciso e dettagliato:
-- l’Etrusco, il padre della tua donna è una spia al servizio dei romani i quali insieme stanno per conquistare le Alpi e peggio ancora vogliono sottomettervi e rendervi schiavi --
Sarebbe stato meglio prendersi una pugnalate che sentire il rapporto di Üllì. Il dubbio che nutriva si è rilevata in una tremenda verità, un grave pericolo stava per abbattersi, quella di una guerra. Thannos non poteva più esitare, ma come fare? Di certo non poteva affrontare il padre di lei, nemmeno scacciarlo o peggio ancora consegnarlo al giudizio del consiglio dei druidi, lo avrebbero accusato di favoreggiamento Thannos. Nemmeno provocarlo a battersi in duello? L’atroce dilemma doveva avere un altra soluzione, sopratutto accettabile per Maite, che ignara di tutto dormiva tranquilla abbracciata al suo uomo. “Vai pure amico fedele” disse Thannos al gäth. Si tastò la fronte con il palmo della mano destra e svanì, per trovarsi in cima alla vetta del göthàrth nel luoghi delle sette fonti del Renos, dove ogni anno gli dei lo chiamavano, per il rito della rigenerazione dell’acque.
Alzando le braccia e gli occhi al cielo stellato, disse: “Frigga! Tu che sei la compagna fedele del potente Odino, toglimi questo atroce pensiere, che mi costringe ad uccidere il padre della mia giovane innocente amata”. Una nebulosa si fece sempre più vicina e traformandosi in un viso dolcissimo, parlò al cuore del suo nipote: Thannos è il tuo nome che ti fu imposto fra gli uomini, Tanos è pure il nome del fuoco e dal’ardore del tuo amore per Maite e il tuo popolo, sarà lo stesso Brotos a liberati la mente e da ogni minaccia”.
Il sogno si avverrò, Brotos: al mattino seguente, uno di quelle mattinate in cui le rondini garriscono ringraziando gli dei e solamente una piccola nuvola candida, inseguiva lo stormo lontano verso il Nord, spinto della bramosia di impossersarsi del magico bastone dei fulmini, rubò la verga di Thannos e volendo provare, carpire la potenza misteriosa che si celava all’interno, lo alzò proprio verso l’innocente velo che si trovava sopra l’intruso e la saetta di Thor incenerì il malcapitato suocero. La punizione divina venne attribuita ad una disgrazia naturale, Accorsero tutti nel sentire il rombo, Maite si svegliò ma nessuno osò dire che quel mucchio di ceneri erano di suo padre, dissero che il fulmine colpì un montone, che stava leccando, (probabilmente del sale) o il sudore rimasto attaccato alla verga magica, il boato cancellò dalla mente della ragazza la presenza del padre, che non lo cercò mai più, Thannos la prese in braccio chiamandola “Dammiunbacio”. Era l’anno 340 a.C. qualche anno successivo i Celti invasero la grande pianura padana ed scacciarono gli Etruschi verso la penisola degli italliottis, come i Greci chiavano tali popolazioni pre romane: figli di mucca, pare che sia un eufemismo di allora, per dire che tali popolazioni si nutrivano dei vitelli e del latte dei loro armenti.

_________________
Il destino è nelle nostre mani, ora tocca a noi scegliere...
Il Male è in noi, noi siamo il Male
Quando la Morte verrà a prendermi, non vorrei essere qui


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