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 Oggetto del messaggio: Gli ultimi grandi dischi di Miles Davis
MessaggioInviato: gio gen 13, 2011 19:36 
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La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio.
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Scrivere una biografia o parlare dell’intera opera discografica di Miles Davis sarebbe un compito troppo lungo e anche abbastanza inutile visto che in rete sul grande trombettista si possono reperire una quantità di informazioni a dir poco esaustive (la sola wikipedia è molto completa, visto che attinge a piene mani dall’autobiografia di Miles Davis, che è una lettura obbligatoria per gli appassionati di jazz).
Dunque mi limiterò a parlare del periodo “dell’ultimo Miles” che è il più controverso e quello trattato meno obiettivamente.

Fin da quando il maestro attaccò gli strumenti alla presa della corrente, i tradizionalisti per mancanza di mentalità aperta lanciarono critiche e disapprovarono l’operato di Miles il quale realizzò capolavori come Bitches Brew, che oltre ad essere suonato da una formazione con i controcazzi (tra i tanti: John McLaughlin, Chick Corea e Billy Cobham), è stato un disco fondamentale per la nascita dello stile jazz-rock definito fusion.
Il cosiddetto periodo dell’ultimo Miles ha inizio nel 1981 con “The man with the horn” che segna il suo ritorno sulla scena dopo 5 anni neri e nebbiosi, in cui depresso e pieno di gravi problemi di salute (diabete, artrite, borsite, ulcera, problemi renali) aveva ricominciato a drogarsi chiudendosi sempre più in se stesso.
Effettivamente “The man with the horn” lasciava un po’ a desiderare e i critici sentenziarono che Miles era ridotto all'ombra di sé stesso; non aveva preso la tromba in mano per quattro anni consecutivi e aveva perduto l’imboccatura assieme al “suono,” cose che con tutti i suoi malanni non erano facili da ritrovare.
Comunque questo disco segnerà l’inizio della collaborazione con il bassista Marcus Miller che sarà molto importante per il futuro.
Già l’ottimo disco live “We want Miles” registrato durante il tour del 1981 mostrò un Davis che si stava riprendendo e nel 1983 pubblicò “Star People,” il primo dei 5 grandi dischi in studio del suo ultimo periodo.
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La seconda grande opera è “Decoy” dove, come in Star People bisogna fare una menzione d’onore al chitarrista John Scofield.
Non indispensabile, ma abbastanza buono è “You're Under Arrest,” che pone vari accenti di critica al razzismo, all'inquinamento e alla guerra. Il titolo del disco probabilmente si rifà anche a una brutta esperienza che ebbe Miles Davis molti anni prima:
Nel 1959 Miles suonava al Birdland. Appena finito il set era uscito per accompagnare una sua amica bianca al taxi ed era rimasto davanti al locale, ed ecco che un poliziotto arriva e gli dice di muoversi da li. Miles rispose indicando il suo nome sul cartellone, ovviamente era li per suonare e non poteva mica andarsene. Ma al poliziotto non interessava chi fosse o dove stesse lavorando, doveva andarsene da li e basta e vedendo che Miles non si muoveva tirò fuori le manette per arrestarlo. Ma inciampò e cadde a terra da solo, mentre da dietro un altro poliziotto colpì Miles ferendolo alla testa. Venne accusato di resistenza all’arresto e aggressione a pubblico ufficiale e portato in centrale con la testa sanguinante.
Tra i brani di “You're Under Arrest” c’è anche curiosa cover di Michael Jackson (Human Nature, che eseguirà spesso nei suoi concerti dal vivo).
Nel 1985 (ma pubblicato solo nel 1989) registra "Aura," un disco poco noto, ma che è un capolavoro sperimentale inaudito composto interamente da Palle Mikkelborg che creò la suite in onore di Miles Davis.
Yellow

Quarto e penultimo grande disco dell’ultimo Miles è "Tutu," battezzato così in omaggio all'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu.
Tutu

Poi Miles compose delle suggestive colonne sonore per due film (Music from Siesta e Dingo) che tuttavia furono un insuccesso al botteghino.
L’ultima grande opera del maestro è stata la visionaria "Amandla," piena di splendide idee melodiche e di atmosfere dall’imponente spessore emotivo.
Pur lontano dal capolavoro, va per completezza menzionato anche il postumo "Doo-bop," un buon disco per il genere Acid Jazz (L'Acid è un genere ballabile come lo Swing, derivato da una sintesi sostanziale tra Rap, Disco dance anni '70, Rhythm & blues e Soul).



Siccome non voglio trascurare i metallari, concludo il topic con un pezzo live dal titolo curioso:
Heavy Metal

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 Oggetto del messaggio: Re: Gli ultimi grandi dischi di Miles Davis
MessaggioInviato: gio gen 13, 2011 23:59 
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 Oggetto del messaggio: Re: Gli ultimi grandi dischi di Miles Davis
MessaggioInviato: ven gen 14, 2011 15:15 
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madonna Miles Davis.... è stato il sottofondo di intense giornate estive chiuso in uffico a programmare mangiando kebab


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